| L'amore dei fratelli | ||
| Lazzaro alla nostra porta | ||
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Rinunciai alla mia posizione di professore all’università di Strasburgo, al mio lavoro letterario e al mio organo, per andare nell’Africa equatoriale come dottore. In che modo arrivai a questa decisione?
Avevo letto delle miserie fisiche degli indegni che abitavano le foreste vergini; avevo sentito parlare di loro dai missionari e più vi pensavo, più mi sembrava strano che noi europei ci prendessimo così poca cura del grande compito umanitario che ci si offriva in quelle lontane contrade. Mi sembrava che la parabola del ricco Epulone e di Lazzaro si riferisse direttamente a noi. Noi siamo il ricco Epulone poiché, in seguito ai progressi della scienza medica, ora sappiamo molte cose sulle malattie e sulle sofferenze, e possediamo innumerevoli mezzi per combatterle: eppure accettiamo come la cosa più naturale gli incalcolabili vantaggi che questa nuova ricchezza ci dà! Ma laggiù nelle colonie esiste il misero Lazzaro, la gente di colore, che soffre di malanni e di dolori tanto quanto soffriamo noi, anzi, molto di più, e non possiede assolutamente alcun mezzo per combatterli. Allo stesso modo che il ricco Epulone peccò contro il povero che stava alla sua porta, poiché per leggerezza non si volle mai mettere al suo posto, e non lasciò che il cuore e la coscienza gli dicessero che cosa doveva, così anche noi pecchiamo contro il povero che sta alla nostra porta.
(da Foresta vergine, Comunità, Milano)